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DAL 1900 IL TIC TAC DELL’OROLOGERIA SANGALLI


Ricostruire la storia di una città attraverso le sue strade, le sue botteghe artigianali, i suoi edifici storici. L’orologeria Sangalli è uno di quei luoghi di Milano fuori dal tempo, ancora identico dopo 105 anni dall’avvio della sua attività.
Tra decine di pendoli, cucù, orologi da scrivania e da polso, la famiglia Sangalli racconta oltre un secolo di attività che ha contribuito a scandire i ritmi di vita della città. E il 17 febbraio la Regione Lombardia ha riconosciuto alla loro “bottega” il titolo di “negozio storico”.

(IFG NOTIZIE) – MILANO, 25 FEBBRAIO - Via Bergamini 7. Un edificio a tre piani vicinissimo al gioiello rinascimentale dell’Università degli Studi di Milano. Un’insegna luminosa: “Zenith”. Più piccolo, in basso: “Orologeria Sangalli”. Niente sfarzi né lusso sfrenato, eppure siamo al centro di Milano, ma un numero indefinibile di orologi ovunque. Muri, bancone, vetrine e persino incastonati in un armadio, a testimoniare uno stile che non ha ceduto alle lusinghe dei “signori della moda” conservando il fascino dei vecchi mestieri. Come quello dell’orologiaio per esempio, microchirurgo della precisione e appassionato d’ingranaggi e meccanismi.
Giuliano Sangalli ha 59 anni e da poco la sua bottega è stata insignita dalla Regione Lombardia del titolo di “negozio storico”. A gestirla, insieme a lui, ci sono la moglie Maddalena e i figli Andrea e Davide. «In questi locali ci sono praticamente cresciuto – ricorda Giuliano -. Qui è nata la mia passione per gli orologi, qui ho imparato il mestiere».

Mi ricevono in una stanzetta del negozio, lo “studio” lo chiamano, un locale che un tempo affittavano agli orafi provenienti da fuori città per vendere i loro gioielli. La stanza ha tutto il sapore del tempo trascorso, i colori caldi del legno invecchiato, le seggiole, persino la scrivania, la stessa dalla metà degli anni ’20. I suoi tagli, le scheggiature, i graffi sono testimoni, già da soli, della storia. Di quando si vendevano gli ori al chilo, di quando si lasciavano lì, sul banco, e si andava in tutta tranquillità a prendere il caffè al bar lì davanti, di quando, nel periodo fascista, non si poteva più vendere l’oro.

«Oggi siamo arrivati alla quarta generazione – racconta Andrea, che gestisce tutta la parte amministrativa del negozio – non tutte, però, direttamente imparentate tra loro. In realtà l’attività era stata avviata, all’inizio del secolo, da Egidio Casini, originario di Modena. Aprì il negozio in Via Verri, per poi spostarsi qui in via Bergamini negli anni ’20 acquistando tutto lo stabile. Non avendo avuto figli, Casini lasciò l’attività al nipote, Egidio Campana, creando così l’ “Orologeria Casini di Campana” che poi divenne solamente “Orologeria Campana».

Andrea è giovane ma conosce bene la storia della sua famiglia e delle discendenze. «Sono un grande appassionato di storia – dice – di quella di Milano in particolare». Mentre mi racconta del suo negozio, infatti, si lascia andare spesso in digressioni sulla sua città mostrandomi piantine e mappe di una Milano che oggi non esiste più. «Egidio Campana, anche lui senza figli, conobbe mio papà da bambino perché i miei nonni avevano in questa stessa via un negozio di legna, carbone, ghiaccio e segatura. Si lavorava praticamente all’aria aperta, anche d’inverno, e mio papà era sempre malato così spesso andava nella bottega dello “zio Egidio” dove non solo si stava al chiuso ma in più c’era anche una stufa a legna, e per quei tempi non era poco». Così Giuliano Sangalli iniziò la sua attività di orologiaio. «Tra gli orologi ci sono cresciuto – dice Giuliano – e così ho imparato ad amarli, in particolare quelli meccanici con ora, data, giorno, luna. Ripararli è molto complesso, in alcuni ci sono fino a 500 pezzi da assemblare e anche lubrificarli nel modo giusto non è facile, esistono infatti ben 5 tipi di lubrificazione diverse a seconda del tipo di orologio».

Era il 1958, 12 anni dopo nasceva l’ “Orologeria Capanna e Sangalli”. «All’inizio degli anni ’70 “zio Egidio” propose a mio papà di entrare in società – racconta Andrea – e per decine di anni l’attività portò il nome il nome di entrambi, fino a quando lo stesso Egidio, ormai ammalato, non decise di cedere la sua quota che fu acquistata negli anni ’80 da mia mamma».

I racconti di Andrea e Giuliano sono accompagnati dal ticchettio degli innumerevoli orologi presenti nello “studio” e dal cinguettio di qualche cucù che scandisce il tempo e che al contrario di quanto si pensa non sporge poi tanto dalla sua casetta «quello succede solo nei cartoni animati – dice Andrea sorridendo». «Gli orologi a cucù sono un’altra passione. La maggior parte viene prodotta in Germania, nella Foresta Nera, dove c’è la Uhrem Strassen, la via degli orologi. Sono fatti di legno di pino e ne esistono vari modelli. Il classico orologio a cucù è quello a cinque foglie, poi c’è il trofeo di caccia, un modello più complesso in cui un tempo venivano intarsiate le prede a testa in giù. Oggi invece gli animali vengono rappresentati ancora in vita».
Anche casa Sangalli pullula di orologi. «Ne abbiamo uno in ogni stanza, persino in bagno. La notte senza il ticchettio dell’ orologio a corda non riesco a dormire. Pensa che la notte non sento neanche il “dong” del pendolo che scandisce le ore».

Oggi a portare avanti l’attività di orologiaio, insieme a Giuliano, c’è anche il figlio Davide che ha seguito un corso professionale di orologeria e ha studiato per qualche anno in Svizzera, la terra degli orologi. Dei due fratelli Davide è quello “più operaio”. «Andrea, invece, dopo essersi laureato in legge, oltre che al negozio, si dedica all’università e a suonare l’organo, ennesima sua passione – racconta Giuliano con un pizzico di orgoglio». Nuove generazioni e vecchie storie. S’incontrano, si tramandano e rinascono. «Questo negozio continua ad essere un punto di riferimento per i milanesi – continua Giuliano – Egidio Campana riparava gli orologi di Toscanini. Una volta ci mandò dall’America due preziosissimi pendoli perché si fidava solo di noi. Ricordo ancora l’emozione di spacchettare quegli imballaggi enormi. Oggi si rivolge a noi anche il cardinale Tettamanzi, la nostra esperienza e tradizione ci viene riconosciuta. Qualche mese fa addirittura Monsignor Navoni, il cui padre era orologiaio, mi ha consegnato una sacca con tutti gli strumenti del mestiere che utilizzava il padre».

Guardandomi bene intorno, infatti, oltre agli orologi, ci sono tutta una serie di strumenti antichi. Strani marchingegni, ai miei occhi, a cui Giuliano tiene particolarmente. «A settembre organizziamo i “Laboratori a cielo aperto”, una mostra in cui esponiamo, insieme ad altri, i vecchi macchinari che venivano utilizzati dagli artigiani di questa città». Un modo come un altro per tramandare e far conoscere un mestiere “in via di estinzione”, fagocitato dagli iper, dagli store, dalle megavetrine coi faretti abbaglianti e i prezzi nascosti. Perché certe cose sono riservate solo all’elite.
(Diletta Giuffrida)

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